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Intervista a Massimo Bucchi, 2001

Quando Gianni Polidori mi mostrò un piccolo capolavoro realizzato soltanto con una videocamera riprendendo piccoli mok up di un far west abbandonato e coperto di ragnatele e polvere, mi aprì davanti agli occhi un mondo. Era il 1984. Polidori era uno dei più grandi scenografi italiani: aveva lavorato con Visconti, Antonioni, Scola e altri grandi registi e anche se lo conobbi come collega (entrambi insegnavamo al Politecnico di Design) lo considerai sempre e solo un maestro. Ho perlustrato le potenzialità del video negli anni di collaborazione con Metamorphosi, dove il genio di Marco Poma mi ha portato in contatto con le nuove tecnologie ma anche con le produzioni più raffinate e intelligenti della sperimentazione italiana; ma quando in una triste sera di novembre Dido Mariani accese un paio di proiettori Sirio in via Vittorio Emanuele a Milano l'interno diventò quel che io volevo: una fresca mattina di inizio estate sul lago di Como. Poi girammo, e poi vidi il risultato su uno schermo, e capii perché certe persone difendevano così strenuamente la pellicola di celluloide.

aggiornato 25-ott-05