
MaxMedia
Vent'anni di satira in duecento immagini di Massimo Bucchi
A cura di Marco Vimercati
Le Mani, euro 13,00
ISBN 88-8012-203-7
Raccolta delle immagini più salienti dall'archivio di Massimo Bucchi, vignettista di Repubblica dal 1976, uno dei più intelligenti disegnatori satirici italiani. Il volume si suddivide in cinque aree tematiche: fatti, idee personaggi, paure, pensieri.Le opere sono precedute da un'analisi del particolarissimo stile espressivo di Bucchi, della sua capacità d fondere diversi linguaggi, di cambiare i codici di comunicazione della "vignetta" attraverso una serie ininterrotta di intuizioni, paradossi, metafore e provocazioni.
Forse non è un caso che nello stesso anno - il 1896, per l'esattezza - Pellizza da Volpedo cominci a lavorare alle prime stesure della tela che poi chiamerà "Il quarto stato" e sulle pagine del New York World compaia "Yellow Kid" di Richard Felton Outcault.
Un grande pittore riesce a far convergere in una tela emblematica gli stuggenti intimismi dell'Ottocento e la nascente coscienza di classe del proletariato; per la prima volta un quotidiano pubblica disegni umoristici, dando il via ad un format di comunicazione che diventerà, negli anni, una esplicita forma di denuncia, molto spesso capace di sintetizzare e amplificare la vox populi meglio di qualsiasi altra forma di comunicazione. Il lavoro di Bucchi può essere considerato un epigono di questi due eventi, il risultato di una reazione a catena partita più di cento anni fa, quando la pittura (la comunicazione visiva) si diede anche un compito sociale e quando i media cominciarono ad espandere e a moltiplicare i loro linguaggi e le loro potenzialità.
Il panorama mediatico è passato dalla preistoria al futuro, ma la "vignetta" ha mantenuto, anzi, accresciuto per anni la sua salvifica doppia funzione: quella di aiutarci a mettere a fuoco un problema e quella di darci modo di esorcizzarlo. E ci è riuscita mantenendo pressoché intatto il suo modulo narrativo: un disegno, una frase.
Certo, dai tempi dei Guareschi e dei Novello, in cui leggendo le vignette gli uomini sghignazzavano e le signore arrossivano, in cui certe immagini viaggiavano solo in clandestinità, (erano disdicevoli il troppo sesso e la troppa politica...bei tempi!) sono passati secoli. Sono passati secoli anche da quando un giovane attore che poi sarebbe diventato un Premio Nobel fu estromesso dalla TV, da quando un noto presentatore subì la stessa sorte perché disse "l'Italia è una repubblica democratica fondata sulle cambiali". Secoli, perché nel vorticoso sviluppo dei media, l'altro ieri è già passato remoto.
Oggi niente fa più veramente scalpore, niente è abbastanza osé, niente e "troppo". Ed anche lo spazio della satira ha finito un po' per essere metabolizzato dal lettore con la stessa frequenza d'onda con cui viene metabolizzato tutto il resto della comunicazione. Oggi, come Bucchi lamentava in una telefonata a fine agosto, il ruolo della vignetta è forse ridotto a quello di segnalibro, di consueto, anche se spesso originale, accento sul tema del momento. E alla satira, talvolta, rimane solo il compito di illustrare un articolo.
Ma la vignetta, prima di essere vignetta, è sempre un quadratino bianco. E il quadratino bianco ha chiesto a Bucchi di rompere quello schema. Ha chiesto di entrare in contatto e di farsi contaminare da tutto l'enorme corpus linguistico e mediatico che oggi ci satura di informazioni. Non si può certo definire Bucchi come uno dei più emblematici disegnatori satirici.
Forse, a tutt'oggi, non è più possibile neanche definirlo "disegnatore". E proprio in questo sfuggire a ogni definizione cristallizzata, nel non assoggettarsi ad un ruolo preciso, Bucchi riesce a esaudire il desiderio del quadratino bianco, asseconda la sua voglia di non essere più "solo" vignetta, ma ritaglio di memoria, fotogramma di riflessione, brandello di inconscio.
E in questo modo raccoglie e riesce a riproiettare nei media le idee più assillanti, il sentire più acuto, riesce a sintetizzare una deduzione che è sul punto di affiorare, una considerazione su un mega-problema che è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno ha ancora visto.
E' incredibile ma a volte più di un articolo di giornale, più di un servizio del tg, Bucchi, con una sola frase, una sola icona, un solo frame dell'enorme film della vita globale, riesce a farci capire gli effetti collaterali di un fatto, riesce a scardinare il "pensiero unico", riesce ad aggiungere una dimensione inaspettata ai luoghi comuni.
Perché il punto di partenza di Bucchi è spesso il luogo comune. Ossia il luogo che tutti conoscono.
E per far questo si serve di emblemi, di immagini classiche ultrasedimentate nella memoria della gente. Di pattern visivi che il nostro occhio conosce, e nei quali il nostro occhio si avventura come in uno scenario conosciuto. E qui scatta la trappola, una volta dentro, lo spettatore scopre il paradosso, l'incongruenza, il cinico risvolto, a volte perfino l'assoluta mancanza di senso degli eventi quotidiani di cui tutti parliamo, a cui tutti partecipiamo.
Vi è mai capitato di sentir dire MaxMedia anziché MassMedia? D'accordo, è un errore, ma bisogna ammettere che il neologismo contiene l'idea di iperbolico e di estremo che oggi si proietta nei media. Max Media, letto correttamente, significa "massimo uso dei media", o anche "i media portati alle massime potenzialità espressive". Inoltre "Max" è anche un abbreviativo di Massimo, e quindi "Max Media" potrebbe essere Bucchi stesso.
Perché? Perché Bucchi trascende ogni definizione classica: con il suo lavoro mette insieme pubblicitario, artista, disegnatore satirico, visual designer e anche giornalista; denominatore comune? possesso e padronanza dei media. Massima padronanza dei media. Max Media.
Giornali, Cinema, televisione, pubblicità, arte, e quotidianità: Bucchi mixa tutti questi ingredienti ma la sua ricetta non è, come spesso accade, quella di limitarsi a commentare ciò che accade nei media, è quella invece di prendere fisicamente di brandelli di quei media per rivisitarli, rielaborarli e riproiettarli nel circuito mediatico.
Una sorta di riciclaggio", un' ecoresponsabilità nella produzione di scorie visive, un po' come se Bucchi si fosse reso conto che oggi - in un certo senso - non sempre è necessario produrre immagini nuove, consumarle con un uso quotidiano, tipo dentifricio, e poi sputarle nel lavabo. Il patrimonio iconografico che abbiamo a disposizione noi occidentali multimedializzati è praticamente sconfinato. Ciò che manca sono le nuove interpretazioni, le rivisitazioni di un passato ricchissimo e di un presente perfino opprimente sotto il profilo visivo.
Molto meglio riciclare, riutilizzare. E riutilizzando rileggere, riproporre nuove chiavi di lettura, adattare il passato al presente.
Così, la vena satirica, ironica, sarcastica e perfino crudele di Bucchi si declina attraverso quest'altra sua specifica attitudine: l'utilizzo di molti media sovrapposti: una ricerca che parte da lontano, con i "layout paradossali" (in cui Bucchi, con la tecnica del collage, assemblava brandelli di linguaggio massmediologico con straordinaria sagacia), con i bei grafismi da vignettista "classico", con i layout per le copertine dell'Espresso e con tutta una serie di altri esperimenti, alcuni dei quali ormai "storici", che evidenziano il tentativo costante, spesso riuscitissimo, di superare il paradigma classico della vignetta disegnata, e di elaborare un prodotto mediatico a 360°, utilizzando frammenti di messaggi visivi sedimentati (arte, icone classiche del giornalismo, foto storiche, immagini d'epoca, caratteri da macchina da scrivere, schermate di computer, codici a barre, immagini pubblicitarie eccetera) come ingredienti di una ricetta "Max-mediologica" di cui oggi il computer facilita e accelera la cottura. E come ogni grande chef, anche Bucchi ha i suoi piatti forti, i suoi sapori preferiti, i suoi segreti.
Si tratta di moduli narrativi, di modalità di trattamento dell'immagine, di processi di elaborazione e di formalizzazione che costruiscono un particolare stile di comunicazione e un particolare tono di voce:
Ci sono idee, immagini mentali, concetti che ricorrono nella nostra mente, nelle nostre preoccupazioni. Bucchi ne estrapola il simbolo, l'icona più rappresentativa e accreditata nell'immaginario. Il cervello. La bomba. Il pianeta. La statua della libertà. Queste immagini vengono riproposte più volte, reinterpretate, utilizzate proprio per la loro capacità di portare tutto un insieme di implicazioni, di sensi, di conoscenza collettiva. E diventano protagoniste di più vignette, testimonial di un pensiero che prende forma, che ricorre alla maniera dei "tormentoni" nell'avanspettacolo e nel varietà, e che proprio nel suo ricorrere prende forza.
Non sempre ci rendiamo conto di confrontarci con pensieri già pensati, con luoghi comuni espressi dai media. Pensieri che facciamo nostri, che diamo per scontati, ma che non sempre sono stati pensati da noi. La globalizzazione, la guerra, la competitività. Su queste forme-pensiero Bucchi interviene con rappresentazioni continue, scandalizzandoci e costringendoci a rimettere le cose in discussione. (Skàndalon nella Grecia antica, era l'asticella che faceva scattare la trappola)
Bucchi utilizza quadri famosi e opere d'arte immortali come scenari su cui costruire un messaggio.Vengono chiamati in causa Hopper, Pellizza da Volpedo, Andy Wahrol, con le loro opere più paradigmatiche. Il risultato è una comunicazione più intensa, più marcata. I dialoghi notturni tra il cliente e il barman, occasioni per un assioma definitivo, per un sarcastico flash sulla nostra vita, vengono costruiti sul famoso quadro "Nighthawks" Che Edward Hopper dipinse nell'America del 1942. Il quadro viene anche manipolato da Bucchi (che "fa scomparire" due personaggi, lasciando soli il cliente e il barman) e impiegato più volte, regalandoci nuove puntate di quell'estremo dialogo notturno, che nessun'altra immagine rappresenterebbe meglio, anche perché Nighthawks è ormai parte del nostro patrimonio di immagini comuni, e quel dialogo notturno è presente forse nell'inconscio collettivo. Questa operazione di riutilizzo e di manipolazione che a taluni può apparire dissacrante ha in realtà anche un positivo effetto collaterale: quello di prolungare la vita e le interpretazioni di opere famose, di riproiettarle nel presente, di rimetterle in luce, scongelandole da un immobilismo semantico da museo.
Un poster pubblicitario e una tomba. Un seggio e una sedia elettrica. Un istogramma e una ghigliottina. Come dice DeBono, teorico della creatività, la chiave è nel "pensiero laterale", un'attitudine, un abito mentale che si contrappone al "pensiero verticale" sequenziale e logico, ovvero il pensiero che siamo abituati a pensare. E il pensiero laterale compare quando la nostra mente viene sollecitata per esempio a fare collegamenti non convenzionali. L'idea è nella relazione tra cose apparentemente incongruenti. Così Bucchi costruisce relazioni impossibili basandosi sull'analogia, sulla contiguità, o sulla sostituzione. Il risultato è quasi sempre un cinico paradosso. Ma non è Bucchi ad essere cinico. Come Peter Handke coglie "il peso del mondo" Bucchi ne coglie l'indifferenza, l'incongruenza e la sbalestrata scala di valori. Questo tipo di sperimentazione incomincia tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta, quando Bucchi elabora i suoi "layout paradossali". Tavole create semplicemente ritagliando ed unendo pezzetti di comunicazione massmediologica. Bucchi capisce subito le potenzialità di queste giustapposizioni, che diventano un processo costante.
All'inizio degli anni '60 Marshall McLuhan, sorprendente analista della comunicazione di massa, coniò il termine "villaggio globale" ipotizzando una società interconnessa dalle tecnologie dell'informazione. Di questo villaggio Bucchi è un assiduo esploratore, che rovista in tutte le memorie e che utilizza tutti i media, con la consapevolezza che forma e contenuto, medium e messaggio sono un unicum, per cui al mutare del medium muta anche il messaggio. La ricerca di Bucchi va quindi nella direzione della scelta dello "stile" di rappresentazione: fumetto, fotografia, macchina da scrivere, computer, illustrazione, semplice testo a stampa, una panoplia di sperimentazioni linguistiche che hanno un impatto determinante sulla veicolazione dei contenuti.
E in questa sperimentazione, accade che il vecchio sia accostato al il nuovissimo, che incisioni ottocentesche si fondano con icone informatiche, che la sfinge si amalgami con la statua della Libertà, che il colonnato del Bernini diventi un codice a barre.
Nel miscelare l'icona classica al momento di cronaca, nel l'accostare sedimentato ed estemporaneo, traendo tutto questo dai media, Bucchi compie un'altra delle sue alchimie. E l'opera si compie definitivamente con la sua ricomparsa nei media: come in un processo omeostatico di inspirazione e di espirazione.
I teorici della comunicazione ci fanno presente che ad un significante (per esempio l'enunciato "cane") corrisponde un significato (l'animale reale, il cane di cui stiamo parlando) e che entrambi sono a loro volta legati ad un referente (l'idea generale di "cane"). Nell'acquario della multimedialità sguazzano migliaia di significanti, migliaia di formalizzazioni linguistiche, sostituibili tra loro, legate ad un unico significato (per esempio le mille fotografie di un uomo politico) oppure legate ad un unico referente (per esempio l'idea di "sedile" può condurci ad una sedia a sdraio, ad un seggio in Parlamento o alla sedia elettrica). Per Bucchi tutto questo è un invito a nozze: un pretesto per rivelare di volta in volta l'inconsistenza, l'incompiutezza, l'incongruenza di mega-significanti. Ne nasce un modo particolarmente significativo di sottolineare i mali odierni, i mali della cosiddetta "civiltà dell'immagine". Accade allora che qualcuno si chieda se esser trovati morti in casa dopo tre anni "sarà un record? " mostrando quanto oggi, nel panorama mediatico, l'importanza del dato sia nell'essere eclatante, clamoroso, e non nella sua importanza reale. Nella civiltà dell'immagine, l'essere non è quasi più significativo, come spiega bene addirittura la Madonna, ("oggi l'importante non è essere, è apparire") ed è meglio perfino essere nell'elenco delle vittime, piuttosto che non apparire in nessun file, come afferma il depresso avventore nel bar Phillies.
Innegabile che per un disegnatore satirico sia determinante il segno manuale, il disegno, la personalità del tratto. Per Bucchi il tratto manuale è uno dei molti linguaggi disponibili e spesso, anche quando decide di utilizzare un suo disegno, finisce per presentarne una rielaborazione al computer, una sorta di oggettivazione informatica che ne aumenta la sedimentazione di medium-su-medium. All'inizio della collaborazione con "La Repubblica" Eugenio Scalfari sollecita Bucchi al disegno ma Bucchi difende il suo ruolo di alchimista, elaborando e rielaborando immagini e testi, fino a costruire un peculiare e personalissimo stile di comunicazione.
In questa elaborazione c'é proprio l'intento di superare anche i gradevolissimi grafismi dati dall'inchiostro, dal pennino, dal pennello, di ricondurre tutto ad un'unica pasta comunicativa in cui reale e virtuale si contaminano reciprocamente.
Nel grande panorama dei media, reale e virtuale, naturale e artificiale, manuale e digitale finiscono per annullarsi reciprocamente. In alcuni casi questa confusione espone al rischio dell'inganno, della confusione tra realtà vera e realtà dei media. E' il caso di Lara Croft, di Aki Ross e di Kyoko Date. Bucchi utilizza questa tecnica per allertarci invece sul rischio: nell'ambito delle nuove tecnologie, la polarità vero/falso non ha quasi più ragione di esistere.