
Fuga dal mondo, che (con qualche correzione) io considero il mio capolavoro, è un romanzo autoprodotto sotto lo pseudonimo di Juan Romulo Rebay. Può essere considerato anche la trasposizione pragmatica delle teorie espresse ne "La Sintesi prossima". Si tratta di un testo praticamente illeggibile, almeno a detta di quasi tutti i compiacenti amici e conoscenti che si sono prestati alla bisogna. Ma sotto un apparente delirio demenziale e sotto la catastrofe semiotica che ad un certo punto irrompe nel racconto, c'é un percorso ben preciso di de-semantizzazione del linguaggio che, capitolo per capitolo, aspira a riappropriarsi della sua capacità di esprimere, dopo capacità attualmente amassacrata dall'infinita adozione e riproposizione di modelli di comunicazione precostituiti. Per raccontare questa storia, ho scelto di raccontare la vicenda di un eremita, a sua volta raccontata dai suoi taccuini, raccolti da un esploratore che li ritrova durante una spedizione.
Chi fosse così autolesionista da volerne una copia, può averla gratuitamente, inviandomi in una busta il suo indirizzo e i francobolli necessari. Per allettare qualche persona dabbene, riporterò qui l'introduzione del libro:
"Alla fine degli anni '90 mi trovai a far parte della famosa spedizione condotta dal Prof. Seraphin Ratzieff.
Quantunque fossi assolutamente inadeguato, mi fu chiesto di sostituire un giornalista che era stato prescelto dall'organizzazione e che al momento della partenza era infermo. Così, ero stato convocato dal mio amico Aleph Lexi, assistente del professore, che mi chiese se intendevo partecipare come cronista della spedizione, ruolo per cui non erano richieste conoscenze specifiche troppo approfondite. Accettai. La nostra carovana doveva attraversare il deserto del Kamaral fino al mare interno nelle lontane ed inospitali regioni dette di Rendham. L'area è assolutamente desertica e si inoltra in una regione rocciosa per molti chilometri.
Gli studiosi intendevano permanere sulla costa per almeno tre lune, nel tentativo di verificare se in particolari condizioni delle maree fosse visibile nel grande golfo di Rendham la mitica isola di Erythia, che alcuni sostenevano essere anticamente alla periferia di Atlantide.
Introvabile nelle cartografie, l'Isola di Erythia viene nominata da diversi geografi antichi: viene menzionata da Sysiphus Moliewskij, da Balthazar Mahoui, ed è presente in alcune cartografie del Contardi, conservate nell'archivio storico di Tallin. Il Professor Ratzieff ne possedeva anche una fotografia dei primi del novecento, scattata durante la spedizione condotta da Lord Betweeter, il cui tragico esito dissuase molti altri dal tentare una traversata del Kamaral. Partiti dall'avamposto di Locopea in direzione sud est, dopo un viaggio di alcune settimane, arrivammo alle frastagliate coste di Rendham. Durante la permanenza nelle montagne vicine al mare interno, feci diverse escursioni nelle zone circostanti insieme al geologo dottor Valden e alla professoressa Skopoulou, che seguiva gli aspetti storici della spedizione.
Percorrendo la regione, osservammo la presenza di grotte e di sorgenti e ad un'osservazione più attenta essa si rivelava anche meno inospitale di quanto non apparisse a prima vista. Ricco di ricoveri naturali, il territorio abbondava anche di piccoli alberi da frutto. Ai piedi delle montagne, al ritiro delle maree, pesci e crostacei rimanevano imprigionati in piccole e grandi pozze tra le scogliere, offrendoci dosi sufficienti di cibo con cui integrare le nostre scorte e talvolta addirittura bastanti a risparmiarle. Non trovammo alcuna traccia dell'isola di Erythia, anche se il territorio era identico a quello ripreso nella vecchia foto in possesso del Professor Ratzieff. Fui deluso: mi venne in mente il Monte Analogo di Daumal, ma poi pensai che il professore poteva essere un vecchio visionario.
Tuttavia, un giorno, durante una esplorazione, scoprimmo tracce della presenza di un uomo. Cenere, un primitivo pagliericcio in una nicchia nella roccia, quasi nient'altro. Le tracce non erano recenti, ma il luogo non sembrava abbandonato da lungo tempo. Gli antropologi della spedizione, dopo attente ricerche, valutarono che le tracce potevano avere qualche mese.
Permanemmo nella zona senza mai incontrare l'eremita che presumibilmente aveva vissuto in quelle forre desolate. Dopo un'attenta perlustrazione della zona, in una grotta, ritrovammo molti taccuini numerati, in alcuni dei quali si fa esplicito riferimento all'isola di Erythia. Di quei taccuini riporto fedelmente il contenuto integrale."
Juan Romulo Rebay