La mia esperienza come speaker radiofonico comincia all'epoca delle gloriose "radio libere". Ho parlato ai microfoni di RTL, Teleradio Tortona e poi , dal 79, sulle genovesi Radio Liguria Uno, Radio Genova Sound e Radio Nostalgia. Ho sempre condotto o collaborato a programmi poco seri a cominciare dalle prima serie di "Diapason" (RTL, 1973) a "Catrame" (Teleradio Tortona, 1977), tutte e due ideate e condotte insieme a Fabrizio Fanzio.

Ma i grandi ascolti sono arrivati a partire dal 1979 con la fortunatissima e lunga serie di "Ondestorte", concepita insieme a Mauro Cavallero e Filippo Sarti, tuttora in onda dopo ventisei anni di attività, anche se un po' discontinua. Ondestorte ha raggiunto l'apice di popolarità in Liguria verso la metà degli anni ottanta. Attorno alla trasmissione nacquero fans club, circoli, feste e iniziative demenziali di ogni sorta. Intere generazioni di studenti utlizzavano il lessico sbalestrato della trasmissione, i cui slogan come "demenza senza violenza" comparivano anche come striscioni negli stadi. Invitati in varie trasmissioni tv, happenings, i personaggi di Ondestorte hanno anche preso parte a produzioni musicali e cinematografiche curate dai Buio Pesto, tra le quali il film "Invaxon, alieni in Liguria". Nel film, ho doppiato l'astronauta Malerba, che è il protagonsta principale.
Su Ondestorte, oltre ad un oscuro mercato di vecchie registazioni, è stato pubblicato un libro con cd (oggi esaurito) curato dal giornalista Roberto Onofrio, di cui è riportata l'introduzione.
Oggi la sua programmazione in diretta prosegue su Radio Nostalgia.

A volte ritornano. Con il dolce calore che accompagna il ricordo di un tempo perduto, con il sacro rispetto che avvolge i miti cruciali degli anni giovanili e con la matura consapevolezza di offrire ai detrattori di Franco Basaglia un motivo in più per chiedere la riapertura dei manicomi, riaffiorano improvvisi, inesorabili, irrefrenabili. Violenti come uno choc, fulminanti come un corto circuito, piombano nel bel mezzo della vita di ogni giorno sotto le sembianze di tic, sguardi, frasi, smorfie, gesti, gestacci: un caleidoscopio antropomorfo rivelatore di stati psichici che solo chi non possiede uno specchio dell'anima può ritenere mostruosi. In realtà sono ancora peggio. Ma fanno tanto ridere.
Sono passati più di vent'anni da quando, a Genova, è andata in onda la prima puntata di Ondestorte, programma cult di Radio Liguria Uno, che ha segnato (talora in modo irreparabile) generazioni di giovani alla ricerca di un centro di gravità delirante. E ne sono trascorsi undici dal momento in cui - il 19 giugno 1989, per la precisione - sulla trasmissione radiofonica è calato definitivamente il sipario per incontrollabilità dello studio, dei conduttori, dei relativi personaggi e dei venti-trenta esaltati a piede libero (pubblico non pagante) che abitualmente seguivano il programma "in diretta".
Ma il tempo è una categoria che non è mai appartenuta agli strampalatissimi inquilini di Ondestorte. Le capacità erotico-maieutiche di Joe Scognamiglio, il guardiano notturno che ha indotto allo striptease telefonico decine di ascoltatrici, le recensioni cinematografiche di Anentodio Friulzi detto Flacca, le Top Ten di Pedro Feroci, il surrealismo cosmico di Erasmo da Rotterdam o le "rime baciate" del poeta del vento, Claudio Fraudolento - tanto per citare alcuni tra i personaggi più famosi della trasmissione - appartengono ad un universo che da sempre accompagna il cammino dell'umanità, in particolare lungo quel tratto compreso fra l'ufficio, la camera da letto e il gabinetto. E' l'universo condito di solito da quel pizzico di non senso, da quei 25 grammi di irrazionalità e da quel goccio di follia che ogni tanto - ogni giorno - contribuiscono al tracollo (per fortuna momentaneo ma, comunque, esiziale) di qualunque tensione operosa, morale e ideale che vorremmo permeasse l'esistenza tout court. E' l'universo scandito da quel momento di improvvisa debolezza, di repentino abbassamento dei livelli di attenzione che generalmente dà origine all'attimo sospeso, al vuoto silenzio, al punto morto che prelude allo slittamento in una nuova dimensione: lo sbraco giocoso. Di questa condizione intima e inconfessabile, anche se universale, Ondestorte ha fatto pubblico scempio, mettendola al centro del suo teorema comico-radiofonico. Intorno a questo stato di precarietà umana, episodica ma persistente, gli autori della trasmissione hanno dato vita a personaggi, situazioni, gag che dello sbraco giocoso, nella sua accezione più ampia e intelligente - dunque delirante - hanno fatto disciplina marziale, obbligo morale, stile di vita. Tutto il programma è sempre stato, nelle puntate andate in onda, un rigoroso paradigma della demenza in caduta libera e degli effetti che può indurre: spiritualmente catastrofici, ma umanamente esilaranti. E, proprio per questo, indimenticabili.
Trae linfa da qui la malsana idea, vent'anni dopo la nascita di Ondestorte, di ripescare nella memoria e nella soffitta brandelli di ricordi e frammenti di "scorie" di un programma che, a livello nazionale, è riuscito ad indicare la strada - un vicolo cieco, naturalmente - a molta comicità contemporanea (vedi "Lupo solitario", "Mai dire gol", i "Bronkowitz"); mentre, a livello locale (cioè ligure), ha creato un nuovo genere umano, ancora oggi sfuggito a qualunque tipo di catalogazione e perennemente nascosto sotto varie identità ed età, ma che, in compenso, continua a riconoscersi al primo sguardo e al primo sorriso perché in quegli anni - è innegabile, anche se per qualcuno, forse, è oggi sconveniente ammetterlo pubblicamente - la risata indotta da Ondestorte ha accomunato tanti, divertito molti, contaminato tutti.

In quel periodo, a dire il vero, non c'era poi così tanto da ridere. La fine degli anni Settanta sono un passaggio storico cruciale per la società italiana e le sue giovani leve, impregnate ancora, in larghi strati, di miti esistenziali che hanno modellato e scolpito, in qualche caso in modo inesorabilmente definitivo, migliaia di ragazzi: la voglia di collettività diffusa dalla scia sessantottina; gli echi misticheggianti - una sorta di new age ante litteram - provenienti dalla fine del mondo hippy; le pulsioni mortali spacciate come paradisi artificiali dall'universo della droga; le tensioni sociali che hanno generato le cupe atmosfere del terrorismo; le proteste generazionali che hanno scimmiottato, nel '77, i movimenti studenteschi già visti nove anni prima; le contestazioni a 360 gradi, mirate a smontare i condizionamenti borghesi, reazionari, religiosi, rivoluzionari, familiari. Sono tutti motivi che fanno da colonna sonora a un periodo peraltro musicalmente sempre immerso nel pianeta rock e complessivamente specchiato, con risonanze diverse, soprattutto dalle radio, compagne di viaggio importanti, fedeli e indispensabili per comunicare al mondo, insieme al telefono, i propri messaggi. All'epoca, nessuno poteva immaginare quale colossale chiacchiericcio globale e telematico si stesse preparando al di là dello schermo, apparentemente innocuo, dei primi computer, ancora ignari di Internet, chat line ed e-mail. Ma, in compenso, si partecipava tutti - chi con più, chi con meno entusiasmo - al "Grande Dibattito". Sotto questo profilo, l'uso simultaneo di radio e telefono offrivano una possibilità interattiva formidabile e, soprattutto, fornivano praticamente a tutti l'opportunità di dire, intervenire, partecipare. Va da sé che le tensioni ideali, morali, politiche non potevano occupare tutti gli spazi della giornata e del "Grande Dibattito". E' ovvio che la quotidianità, le storie, i drammi amorosi, la richiesta di canzoni, i messaggi più svariati della più varia umanità erano destinati, sin dagli albori delle prime radio "libere", a diventare il filo conduttore dei programmi più gettonati. Il grande bla-bla on air miscelava impegno politico e dedicucce, lettura dei giornali e "voglio salutare Tizio e Caio", inchieste sul campo e "Assunta non mi lasciare". Ed era punteggiato, sempre più frequentemente, dalla pubblicità, che ancora non si chiamava spot ma già descriveva, con strategica perizia, scenette assolutamente finte e improbabili.
Inevitabile che, in un contesto così variegato, si creassero, di tanto in tanto, nel corso delle trasmissioni, situazioni e personaggi che zigzagavano tra l'incerto confine che divide il caso umano dal sospetto di idiozia. Senza il minimo ritegno e anzi giocando proprio su questa ambiguità, Ondestorte decise di far imboccare a queste situazioni e a questi personaggi esistenzialmente in bilico la strada del non ritorno, aprendo il microfono a un diluvio di parole in libertà e frasi sconnesse. Non c'era nessun calcolo particolare dietro questa scelta. C'era, semplicemente, il desiderio di amplificare al massimo, sotto il profilo temporale e acustico, quell'impulso allo sbraco giocoso che vanifica ogni nobile sentire. O, almeno, questo è quello che traspariva ascoltando il programma. La chiave del successo di Ondestorte, probabilmente, sta proprio qui: nella sua voglia di regalare agli ascoltatori un'ora di divertimento allo stato puro, tra risate liberatorie e sberleffi universali che conduttori e personaggi (spesso le stesse persone, come si vedrà tra poco) più di una volta inventavano lì per lì, facendo saltare le "scalette" del programma. L'unico dato certo della trasmissione era il disordine sistematico, verbale e mentale, a cui andava incontro pochi minuti dopo l'inizio. Si sapeva come cominciava, ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere come sarebbe finita. I giochi di parole, le citazioni colte subito svilite da sguaiate parodie, le "macchiette" create ad arte per disorientare le coscienze, facevano parte di un bestiario mentale che qualunque persona di buon senso cercherebbe di tenere in gabbia, nell'angolo più nascosto e lontano della psiche e che, proprio per questo, invece, la banda di Ondestorte faceva di tutto per liberare e scatenare.
Ovviamente, una scelta tematica così radicale e perversa non poteva che dividere in modo netto gli ascoltatori, creando, sin dall'inizio, schiere di sciamannati fan e, qua e là, ondate di giustificato sdegno condito di denunce e diffide. Insomma, a qualcuno Ondestorte non piaceva e questo, per dovere di cronaca, va detto. Ognuno poteva avere il suo buon motivo. Di certo, ne aveva da vendere il commerciante che abitava in piazza Palermo, a Genova, nell'appartamento sottostante alla studio radiofonico. Una vita, la sua, che poteva scorrere come un lungo fiume tranquillo, allietata dalla presenza di una moglie e un figlio, se non fosse stato per quel terrificante serraglio umano che ogni lunedì sera si scatenava sulla sua testa, proprio nelle ore in cui doveva prendere sonno. Un'indegna gazzarra che un giorno cercò di troncare a colpi di mattarello, sfondando la porta d'ingresso e cercando con lo sguardo i responsabili di quel "circo massimo". Arrivò la polizia. La trasmissione, ovviamente, si interruppe. Joe Scognamiglio e il Fine Dicitore cercarono di convincere gli agenti che quell'uomo non aveva compiuto reati e che si trattava della protesta un po' sopra le righe di un vicino di casa. Roba da condominio. Gli agenti, per quanto comprensivi, dopo un'occhiata ai resti della porta, alla confusione intorno e al mattarello, conclusero diversamente: roba da denuncia. Il commerciante e la moglie, dopo l'interrogatorio in questura, tornarono a casa quella notte con un'accusa per violazione di domicilio e una manciata di ore di sonno buttate al vento. Ma il vero motivo della loro profonda angoscia era in realtà un altro. A casa, avrebbero ritrovato una persona che non avrebbe mai potuto giustificare un raptus così violento: il figlio. Da sempre entusiasta ascoltatore di Ondestorte.
A compensare le legittime critiche piovute negli anni sul colossale happening psicomotorio di Radio Liguria Uno, ci sono invece due episodi che possono costituire un po' il seguito naturale e, nello stesso tempo, il rovescio della medaglia della situazione appena descritta. Il primo è entrato nell'aneddotica dei protagonisti di Ondestorte. Si svolge in una discoteca genovese. In pista c'è, ovviamente in forma anonima, Claudio Fraudolento. Ma la sua voce lo tradisce. Un giovane lo avvicina e gli chiede, già mezzo folgorato: «Ma, tu... tu sei...sei Fraudolento!». Un cenno grave del capo dà la risposta. Il giovane, allora, si prostra a terra, gli prende una mano e, tra lo sconcerto di chi stava in quel momento ballando, confessa: «Tu... tu sei stato più importante di mio padre». Superfluo ogni commento.
Il secondo episodio fa parte - ahimé - della storia personale di chi scrive e ribadisce l'irrazionale successo, l'inspiegabile gran seguito che riusciva a raccogliere il programma tra i giovani senza speranze e senza futuro. L'anno è il 1985. L'ambiente è quello di una caserma militare di Novara. Lì, un amico commilitone genovese, Enrico, assolveva, almeno secondo noi, alla missione più importante del suo servizio alla Patria: ogni volta che riusciva a prendere una licenza, scappava a Genova e, non si è mai capito se per merito suo, della sua ragazza o dei suoi genitori, riusciva sempre a tornare con una cassetta registrata delle ultime puntate di Ondestorte. Enrico era una vecchia, simpatica canaglia, ma il suo arrivo veniva atteso con trepidazione da tutta la camerata soprattutto perché coincideva con l'audizione collettiva del programma. Facile immaginare come un'atmosfera già per definizione da caserma potesse trasformarsi nel corso e alla fine delle "eroiche gesta" di Fraudolento & C.
In quei momenti, umanamente penosi, ci si poteva rendere perfettamente conto di quanto fosse abissale la distanza tra la dimensione della realtà ordinaria, composta e sana, e quella, deviata e malata, nella quale puntualmente finiva per condurre la "scaletta" della trasmissione. Ma la verità, vent'anni dopo l'avvio e dieci anni dopo la fine di Ondestorte, è che quelle atmosfere, quelle battute, quel gusto ironico così sottile e così infame, oggi, un po', ci mancano. Sarà la sensazione del tempo che passa, sarà la nostalgia, sarà, come disse un giorno, davanti a una pizza, il Fine Dicitore, che certe rappresentazioni della demenza sono «metastoriche» e dunque appartengono a qualunque era della nostra vita e del nostro mondo. Sia come sia, ecco perché - complici soprattutto alcune vocine, chissà come mai tanto somiglianti a quelle di Joe Scognamiglio e Flacca, che continuavano a ripetere «guarda qui, ascolta là, prendi su, butta giù» - un bel giorno ci si è ritrovati davanti a un bivio con un'unica via d'uscita: raccogliere tutto il materiale di risulta possibile prodotto nel corso dei dieci anni di trasmissione, una vera e propria montagna di rifiuti mentali che neppure i Nas oserebbero toccare; fare un'oculata selezione di questo immenso patrimonio psichiatrico, ricomponendolo con un pallido velo di razionalità; attribuire, per la prima volta, ufficialmente, con nome e cognome, le responsabilità civili e morali di chi ha concepito un mostro così devastante per l'equilibrio esistenziale di un esercito di giovani; rimettere insieme ricordi, aneddoti e appunti che gli stessi autori del programma hanno scritto in giorni non lontani.
L'obiettivo? Non dimenticare le scellerate malefatte di una combriccola di uomini e donne che oggi vestono i panni di seri, insospettabili professionisti e dunque si aggirano ancora tra noi, pericolosi, liberi di continuare a turbare coscienze e potenzialmente pronti, come parrebbe, a rimettere in piedi il baraccone di un tempo. Ma, soprattutto, ricordare a chi le ha vissute e raccontare a chi ne ha solo sentito parlare, le belle emozioni, il goliardico divertimento e le sonore risate che gli eterni ragazzi di Ondestorte sono riusciti, non si sa come, a regalarci.
Roberto Onofrio