Se é vero che andiamo verso il villaggio globale, è anche vero che in questo villaggio convivono diverse tribù, ognuna delle quali ha una serie di codici comportamentali, estetici e comunicativi propri, e quindi anche e soprattutto un suo linguaggio specifico. E non mi riferisco alla moltitudine di etnie che si trovano a convivere nelle stesse aree, ma a gruppi diciamo così "trasversali" che accomunano attitudini, inclinazioni, attività, o altre condizioni sociali ed aggregative. É noto che i politici parlano il "politichese", come tutti sono disposti a riconoscere che i verbali delle assemblee di condominio o i verbali della polizia siano redatti in "burocratese". Nel mio ambiente lavorativo - quello della comunicazione - oppure anche nel mondo informatico, abbondano termini specifici, per lo più di origine inglese, ma ormai internazionalizzati. Ricordo una volta, durante la presentazione di una campagna pubblicitaria un cliente mi pregò di tradurgli in italiano ciò che stavo dicendo in "pubblicitese".
Questi linguaggi, questa molteplicità di descrizioni della realtà, questi "dialetti di target" sono una ricchezza linguistica capace di mostrarci non solo un insieme di parole che non ci appartengono, ma anche una certa visione del mondo; un certo modo di inquadrare e affrontare problematiche, di scambiarsi informazioni e indicazioni. Questa volta, sarà esposto un brano di "ragazzese". Certo, il ragazzese soffre un po' di variazioni localistiche: il ragazzese di Messina è un po' differente - ma badate: solo un po' - dal ragazzese di Imola, o di Macerata. Ad un ascoltatore attento non sfuggiranno paradigmi comuni, analoghi modi di impostare la frase, pur nelle differenti coloriture geografiche. Il brano suggerito è tratto da una registrazione autentica di un dialogo tra teen agers genovesi, la quale è stata arricchita ed ampliata successivamente con altre locuzioni tipiche del "ragazzese nord-occidentale". Molti potranno arricciare il naso, ma è indubbio l'impatto comunicativo, il ritmo, la rapidità e la vividezza delle figure letterarie, capaci da sole di chiarire il significato di alcuni termini un po' criptici.
"Mi, la prof di mate (matematica, n.d.r.) mi stressa a manetta. Io mi sbatto una cifra per andarle dietro, ho provato anche a lisciarla per vedere se si mollava un po'... ma niente. Cioé, cavolo, all'inizio ci stavo troppo dentro, mate mi piaceva un casino, ma lei è troppo fuori. Troppo. Cioé sembra che mi punti per cuccarmi quando smarròno, sembra che ci sballi a farmi passare da maffo. L'altro giorno ha chiamato e io ci scleravo un casino, cioè a livello di studio ero benissimo, mi ci ero bruciato il pomeriggio sulle derivate, ma ci scleravo perché a livello di fìling NCS (= Non Ci Siamo n.d.r). Siamo su due frequenze diverse. Comunque ero tranqui perché mi aveva già fatto i raggi mercoledì scorso. E invece mi ha cuccato. Guarda, ti giuro, la mattinata mi é scesa troppo perché l'ho visto benissimo che lei era troppo losca nel modo di fare. Allora, cioé, dillo che ti do addosso, che mi vuoi steccare. Comunque mi ha brasato un elmo da fantascienza che non è che perchè uno l'ha già chiamato che ci deve mollare, che anzi se mi tengo al passo è meglio, e tutta quella roba lì. Cioé non m'ha messo il voto e ha detto che mi richiama. Cioè, ti rendi conto? Mi tiene in stembài. E io c'ho la paranoia che mi sta per saltare il tappo. Cioé, perché a me ste cose mi danno troppo addosso".
Jeremy Rifkin nel suo libro "La fine del lavoro" (Baldini & Castoldi) ipotizza un futuro in cui le tecnologie entrano così prepotentemente nel circuito produttivo da sostituire il lavoro di molte persone. Rifkin delinea gli allarmanti scenari dell'era del post mercato, nella quale l'informatizzazione, consentendo processi produttivi molto agevoli e gestiti da poco personale, abbatte i costi di produzione eliminando posti di lavoro. Sul mercato troveremo quindi masse sempre maggiori di popolazione non occupata, il cui potere d'acquisto diminuisce. In questo modo, queste masse verrebbero escluse dal contesto dei consumatori, con il risultato di mettere in crisi l'intero sistema.
In questo cataclisma, secondo Rifkin, troveranno lavoro quelli che lui chiama "i decodificatori di simboli", ovvero coloro che famigliarizzano e dialogano con le nuove tecnologie.
Al di là del pessimismo di Rifkin, bisogna dire che le tecnologie stanno profondamente modificando il nostro modo di vivere, non solo a livello sociale e comportamentale, ma anche a livello fisiologico e neuronale, come spiega Derrick De Kerkhove nel libro "Brainframes" (Baskerville). Se queste modificazioni complicheranno o semplificheranno la nostra vita, è un mistero che ci sarà rivelato in questo millennio. Il sogno di un mondo dialogante e interconnesso tecnologicamente è per ora ostacolato da molte incompatibilità tra sistemi, dalla molteplicità dei software, dalla necessità continua di aggiornamento del computer e delle periferiche: appena abbiamo una configurazione dche funziona, dobbiamo già inserire qualche cosa di nuovo e sostituire la "versione 4.5" con la "versione 5.0" di qualche cosa. Ma di che cosa? E qui viene il bello. C'è tutto un nuovo vocabolario che deve essere conosciuto per potersi scambiare informazioni sullo strumento che servirebbe per scambiare informazioni. Un maestro elementare è stato corretto da un suo scolaro mentre diceva "disco rigido". "Si dice hard disk" ha detto il bambino. Ma perché? Se non c'è la parola giusta in italiano usiamo pure l'inglese: "il provider" oppure " il mouse" vanno bene, perché definiscono oggetti e figure intraducibili (l'avete mai letta la famosa traduzione di un manuale d'uso di una nota ditta di computer americana che ha tradotto in italiano "mouse" con "topo" ? Esilarante) Ma se "hard" vuol dire rigido e "disk" vuol dire disco, diciamo pure disco rigido, non muore nessuno e Bill Gates non si offende. Altrimenti finirà che andremo in edicola a comprare un "magazine" e dall'ortolano a comprare "tomatoes", e capite bene che nè a Dante nè a Montale questo farebbe piacere.
Ma non è solo un problema di angloamericanizzazione. Come esempio di gergo "computerese" vi riporto la descrizione di una mattinata lavorativa raccontata da un grafico che usa il computer e lavora con le immagini. Ovviamente non è che un piccolo brandello dell'enorme linguaggio cyber che sta contagiando tutti e che assume, a secondA dei contesti le più ampie variazioni con un enorme assortimento di nuovi vocaboli, che corrispondono a nuove azioni che compiamo. Mio nonno, e mio padre, non hanno mai formattato, non hanno mai bypassato, mai masterizzato, mai linkato o scansionato (o scannerizzato) alcunchè. E forse hanno vissuto meglio del giovane grafico, di cui riporto il racconto:
"Ho ricevuto per email da un fotolito la foto che avevo chiesto. Era in formato DCS del peso di 2 Mb circa. Si chiamava: Fotopark DCS. Ho chiesto: come mai non è un tiff o un EPS ma è questa stupida anteprima? Lui mi ha risposto che quello era tutto ciò che aveva. Siccome ci dovevo lavorare (sia direttamente sulla foto, come ritocco, che come grafica da assegnare alla foto) ho tentato di aprirla in Photoshop ma non ci sono riuscito. Allora ho aperto XPress, ho fatto un box immagine, ho importato il DCS, ho salvato la pagina in EPS. (nome: fotopark EPS) Poi ho aperto la pagina in Photoshop, ho assegnato una definizione di 300 dpi, l'ho salvata con un altro nome e in formato Tiff. (nome: fotopark tiff) Ho lavorato sulla foto facendo le correzioni, ho salvato col nome fotopark tiff corr, poi ho riaperto Xpress, ho importato l'immagine inserito la grafica, ho salvato il documento (col nome fotopark graph Xp) e l'ho mandato come attachment al cliente, ma il cliente non è riuscito ad aprire il documento perché non ha XPress. Allora gli ho detto: almeno guarda la foto, la grafica te la mando per fax. Ma lui non riusciva ad aprire il mio Tiff. Perché? Un tiff non dovrebbe essere alla portata di tutti, perfino di Windows anteguerra? Allora ho riaperto Photoshop e ho salvato la foto in Jpeg a 70 dpi, solo perché potesse aprirla, (nome: fotopark jpg) ma il cliente non riusciva a vederla lo stesso perchè ha un PC e per qualche inspiegabile motivo i Jpeg fatti in Mac talvolta non possono essere aperti. Allora ho ripreso tutto il documento di XPress, ho risalvato tutta la pagina in EPS, l'ho convertita con Acrobat Distiller e l'ho rispedita al cliente per email. (nome: fotopark graph Acr) Ma il cliente è uno dei tre in Italia che ha Windows ma non ha Acrobat Reader. Allora mi sono veramente arrabbiato. Ho detto: Ah si?, Passi per la grafica, ma tu, stupida foto, perché, perché non vuoi farti vedere dal cliente? Ti salvo in Binhex con Stuffit De Luxe. (nome fotopark jpg.hqx) Il cliente mi ha risposto che non riusciva a decomprimere perché aveva una versione di Stuffit più vecchia della mia. Allora ho fatto una stampata a colori, l'ho salvata in formato busta, ho aperto il software "porta di casa mia", ho aperto l'estensione "19 barrato" e ho portato la foto. (nome: fotopark busta/19br)
Il 19 barrato per scaricare una foto di circa 2Mb da via Colombo a Genova a via Cantore a
Sampierdarena ci mette 18 minuti. Poi sono tornato al computer, ho preso tutti i documenti (tranne l'originale DCS, fotopark tiff corr e fotopark graph Xp) li ho buttati nel cestino e ho dato il comando "vuota il cestino". E' stato allora che il computer si è inchiodato.
Il tutto è durato dalle ore 9,45 alle ore 13.50. Ero felice.
Poi temevo che il tiff che avevo ricavato dall'anteprima non fosse stampabile, allora ho stampato a 1440 dpi su carta ad alta definizione la foto in formato raddoppiato; l'ho messa nello scanner e mi sono risalvato un altro tiff (nome: fotopark new tiff) ma vivo nel dubbio costante che la foto di cui ho avuto davanti almeno cinque versioni in realtà non esista."
Guardiamo uno spettacolo teatrale, un'opera d'arte, o affrontiamo un libro difficile; vorremmo saperne di più, capire. Allora leggiamo i testi critici, ma spesso le cose non si semplificano...
*********le che anche un insegnante molto aggiornato sappia dare ragguagli sulle intenzioni e sulle spinte dell'enorme panorama dell'arte/comunicazione/multimedia che oggi ci viene offerta. E allora? Niente paura, la critica ci può aiutare, ma solo a condizione che siate disposti ad accettarne il linguaggio spzesso così difficile o solo così ridondante e quasi artificialmente ricercato da renderlo adatto a "solutori più che abili". E' vero che alcuni giovani critici sembrano voler scendere dal piedestallo, eppure per molti anni una certa "critica" ci ha afflitto con un linguaggio a volte più incomprensibile ancora delle opere che doveva commentare.Ma non siate critici nei confronti dei critici: il loro "distendersi in lessici che trascendono le mere ideologizzazioni" o il loro " assemblare epigoni di improbabili metaforizzazioni" è parte integrante dell'arte: non è come molti ingenui potrebbereo pensare, un tramite tra il mondo oscuro e imperscrutabile dell'autore e la curiosa mente dello spettatore. Non è qualcosa che serve per conquistare nuovo pubblico all'arte, ma strumento per sigillare definitivamente l'opera e consegnarla impacchettata a quanti già la apprezzano. Non è inutile, ma bisogna che finalmente qualcuno ci dica che la critica è anch'essa arte e non chiave per capire l'arte. Ci vuole una nuova figura : il criti-critico, che ci spieghi la critica.
C'è addirittura da chiedersi se "critico" dal greco krìnein (= giudicare, distinguere) non abbia a che fare anche con "criptico", dal greco kriptòs (= nascosto).
Certamente a volte il critico è più che criptico, e intende esserlo, almeno al lettore di cultura media, altrimenti non esisterebbero uscite del tipo: "il processo di risemantizzazione (...) si instaura all'interno di plasticismi altamente strutturati, formati da un'attenzione alla dominanza dei valori sintattici" oppure affermare che l'artista "distante dall'afasia del post modernismo,(...) pervenendo al tema, emblematizza virtualmente un'idea della costruttività, fuori da un paradigma inviolabile..." emblematizza virtualmente? che vorrà dire "emblematizzare virtualmente"? L'avrò mai fatto, io, nella mia vita? e qualora l'avessi fatto, dovrei sentirmi in colpa o andarne fiero?
Non sentiamoci in colpa per la nostra incapacità di risemantizzare questa insinuante asemia lessicale. Ma neanche dobbiamo indispettirci. Lasciamoci invece cullare dalla potenza evocatrice delle parole, lasciamo che la nostra fantasia ne sia stimolata liberamente, come avviene con l'arte informale. Ciò che capiremo, farà comunque parte del potenziale semantico contenuto nell'opera, la quale avrà raggiunto un suo scopo.
Solo così la critica ci catapulterà "verso una riappropriazione del dominio segnico e fenomenico, cui assegnare il compito di una lenta destrutturazione di sè, che coincide in alcune opere con la ricerca di un'ermeneutica negativa, anabolizzante e in certi casi perfino assente.(...) l'autore esprime in tutta la sua virilità il gesto platonico, un gesto che non trova spazio e si concreta appunto in una atopia, una metafora sottaciuta delle ipotesi rappresentative che si contrappone ad altre manifestazioni segniche delogicizzandole e contestualizzandone via via le diverse performatività private, nel loro tragitto attraverso il mondo sensibile, della tracotanza ostentativa. Porzioni ridotte a mere sillogi autarchiche, microscopiche epifanie capaci di sviluppare uno specifico di contenziosi effimeri, che pur nella loro esilità traspirano di un turgore venefico se paragonati alla risibile incomprensibilità del reale."
Sono testi critici autentici, quelli che ho citato. Non me ne vogliano gli autori, che probabilmente sarebbero scontenti dell'estrapolazione di frasi da un contesto più ampio e - forse - più chiarificatore.
Ma a noi, qui interessa un particolare gergo, il critichese, che raggiunge momenti di notevole spessore, come nel caso che segue, che consegno come finale:
"Viene qui prospettata una inversione di tendenza rispetto a buona parte del panorama filosofico contemporaneo dominato dall'istanza di oltrepassamento della metafisica: se in Heidegger e nei suoi epigoni il tentativo è condotto ancora ad un livello ontologico (quand'anche in chiave depotenziata e nichilistica), in questo lavoro si sostiene che un congedo dalla metafisica privo di nostalgie reattive può compiersi solo attraverso un approccio ontico - esistentivo orientato verso una riappropriazione del dominio fenomenico e contingente, rispetto a cui il sapere della superficie dovrebbe costituire il metodo privilegiato di indagine, la sua euristica positiva."
Tra fisica quantistica e antiche religioni orientali, il linguaggio della New Age ci porta verso una nuova (e antichissima) visione del mondo
Questa rubrica non vuole essere semplicemente una fotografia delle molte modalità - spesso bizzarre o imprevedibili - con cui comunichiamo, ma soprattutto un'occasione per riflettere sulla corrispondenza che esiste tra queste modalità con cui ci raccontiamo la realtà (o pezzetti di realtà) e la nostra visione del mondo.
E' incredibile, ma occorre proprio prendere in considerazione il fatto che "siamo ciò che pensiamo" e che il mondo assume ai nostri occhi una diversa configurazione quando ci viene descritto con nuovi paradigmi.
Non c'è da stupirsi se in epoca illuminista, da Laplace in poi, il mondo è apparso a tutti come un "Grande Meccanismo", del quale bisognava solo scoprire un'infinità di leggi, tutte raggiungibili attraverso il nostro preziosissimo strumento mentale. Il determinismo e il meccanicismo ai quali siamo ancora oggi tanto affezionati è figlio di una certa visione, consolidatasi nell'Età dei lumi.
Non c'è da stupirsi neanche se ad un certo punto ci siamo convinti di possedere "un inconscio", ovvero un ripostiglio buio in cui è allocato tutto ciò che non sappiamo, non possiamo, non vogliamo vedere. Ciò che abbiamo dimenticato, in quest'ottica, viene a chiamarsi "rimosso", e un desiderio non soddisfatto diventa "represso", mentre un lapsus, altro non è che un "atto mancato". Riemerge, cioé, tutto un agire e un reagire non volontario e neppure conscio. La visione psicoanalitica ha restituito all'uomo occidentale la sua parte di irrazionalità e di arcaicità, ed ha ridato a questa parte una nuova dignità, un peso ed una capacità interlocutoria che rischiavano di andare perdute. E' una fortuna: personaggi come Plank, Einstein, Bohr, de Broglie o Heisenberg - fisici e scienziati - hanno elaborato teorie e concetti che non sono comprensibili con la sola logica, e che avrebbero fatto arrabbiare moltissimo Laplace.
Fritjof Capra nel famosissimo "Tao della fisica" (Adelphi) ha mostrato come le basi della meccanica quantistica o della relatività, suonino ai nostri occhi ancora impiastricciati di illuminismo come autentici paradossi, nonsensi, contraddizioni di termini.
Non c'è alcun dubbio sulla necessità di dotarsi di nuovi strumenti di interpretazione: la complessità che abbiamo di fronte, per essere capita, ha bisogno di qualche cosa di più della ragione pura e semplice. Non c'è più un Grande Meccanismo che possiamo studiare come osservatori imparziali: il nostro osservare modifica ciò che osserviamo; non c'é più un osservatore "imparziale" che studia un fenomeno indipendente da lui, ma una complessa rete di interrelazioni in movimento, un in cui tutti gli elementi si influenzano reciprocamente e simultaneamente in uno spazio/tempo che "tende a zero", ed al mutare di uno, tutti gli altri si modificano.
Ma se tutto questo è stato appannaggio degli scienziati, oggi questa visione sta cominciando a permeare la nostra vita quotidiana.
"All is one" è lo slogan che la famosa catena di locali "Rock Cafe" ha stampato sulle sue magliette promozionali nel '98. A raccogliere questo concetto di unitarietà del reale, un concetto che sembra proprio la confluenza della scienza più evoluta e della religione più antica, un concetto che unisce e non contrappone, che supera la dualità io/altri, ma anche quella nord/sud, o quella di ragione/sentimento, sono stati i nuovi movimenti ambientalisti, non violenti, neo spiritualisti che spesso vengono accorpati nel grande fenomeno della New Age.
Ecco che quindi emergono (riemergono) visioni dell'uomo come essere multidimensionale, che oltre al corpo fisico ha "altri corpi", più sottili. Ecco che oltre ai banali organi fisici, abbiamo "organi energetici" che chiamiamo chakra, ecco che la Terra è un unico essere vivente, che chiamiamo Gaia, ed ecco che riemerge la ricerca di un senso autentico dell'esistenza, sostituendosi all'esigenza di una logica che la descriva.
Può darsi che ci stiamo avventurando "oltre" l'età della ragione, verso un'epoca in cui ci riscopriremo come esseri simbolici, testimoni di un rapporto di corrispondenza tra gli infiniti livelli di un Grande Miracolo, non più individui intrappolati nella gabbia dell'io, ma esseri cosmici, collegati con l'intero universo.
negli anni settanta solo i pubblicitari "parlavano strano". Oggi il vocabolario del marketing e della comunicazione sta penetrando in tutte le nostre attività. Così ognuno di noi ha un "target", vuole un "brief", si organizza con un "planning", e quando ci pentiamo di tutta questa esterofilia facciamo un "feedback".
C'è davvero da chiedersi se questa "gioiosa colonizzazione culturale" da parte dello zio Sam non passi principalmente da una visione "marketing oriented" del mondo.
Il gergo dui cui ci occuperemo questa volta è il " pubblicitese", quello che nei primi anni settanta cominciava a diffondersi dalle agenzie di pubblicità milanesi verso i "cumenda" con le fabbrichètte, che dal dialetto brianzolo passavano all'inglese, qualche volta tralasciando grosse parti di italiano.
Da quegli anni in poi, molti giovani artisti, progettisti, scrittori, sono finiti in pubblicità e devono subordinare la loro creatività ad una "mission", cioé a dire "missione" o obiettivo prioritario e costante nel tempo di un'impresa. Devono creare rispondendo a un brief, cioé ad un insieme di informazioni che riguardano gli obiettivi e gli argomenti della comunicazione. E devono imparare le parole del marketing, che in italiano sarebbe "mercanteggiando", e qui si vede come l'inglese sia servito a dare una nuova dignità linguistica ad un'attività antica, che dopo il boom economico è diventata una cosa completamente diversa. Non più mercanteggiare, ma "fare marketing", come a dire, "ragazzi, abbiamo finito di scherzare, ora si fa sul serio".
Sul serio? Ma aveva ragione Séguela, uno dei "guru" della pubblicità, quando diceva "Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario, lei crede che io faccia il pianista in un bordello". Per chi, come il sottoscritto ha vissuto dentro le agenzie di pubblicità per almeno un paio di decenni, una chiacchierata come quella che sto per riportarvi non è seria. Certo, gli esperti di marketing obietteranno che ben diversa è l'atmosfera della gaie agenzie creative e poliedriche , dai seriosi reparti di marketing delle aziende, ma siccome noi qui, come dice il titolo della rubrica, "cerchiamo il gergo" eccovi un'ipotetica telefonata ( ma non tanto ipotetica, perché ne ho sentite milioni) tra un reparto marketing di un'azienda ed un'agenzia di pubblicità:
signorina dell'agenzia: "Lowen & Crawford Italiana, buongiorno"
responsabile marketing: "buongiorno, signorina, sono Tormenti della DBA, ho qui un cromalyn del dispenser che dobbiamo mettere nei nostri franchisee, ma siccome manca il pack shot sul fronte, mi chiedevo se il cromalyn è un layout o un definitivo"
signorina: "attenda, le passo l'ufficio accounting" (pausa in cui l'efficiente signorina spiega il problema all'account, cioé alla persona che espressamente tiene i contatti con la DBA)
"Buongiorno dottor Tormenti, sono Servile"
"Ah, senta, ho qui un cromalyn che non va bene: non c'é il pack shot!"
"Ma abbiamo pensato che per questa promotion, visto il target, volevamo puntare molto sul claim, come vede infatti l'headline è molto forte, si colloca in un'azione di branding più vasta, non solo nel below, come in questo caso, ma anche nell'advertising. Il concept base deve essere proposto con forza, e il pack shot toglieva attenzione al claim. L'ha detto l'art director, e anche il copywriter era daccordo."
risposta del responsabile della DBA: "Ma il packaging del prodotto non ha facing, dobbiamo farlo vedere almeno una volta, o la gente non lo riconoscerà! e poi il payoff! dove lo mettete il payoff, se non c'è il pack shot?"
Tutto questo riassume le preoccupazioni di un responsabile di prodotto che, con in mano il bozzetto di un espositore, si domada se il fatto che manchi una foto del prodotto non sia controproducente. Il responsabile dell'agenzia sostiene invece che è giusto puntare su una comunicazione verbale, un grande strillo, o slogan, se preferite, ma "slogan" è parola desueta, come "réclame".
Così, svecchiando il gergo si rappresenta uno svecchiamento dei processi di lavoro.Ma a volte, proprio come accade in pubblicità, il contenitore appare molto più innovativo e straordinario dei contenuti.
Nel finto annuncio che illustra questra pagina, trovate gli elementi che compongono in genere una pagina di pubblicità, chiamati per nome. Così d'ora in poi, potrete dite: mi piace quel payoff.
Ogni anno, specialmente nel linguaggio parlato, nascono neologismi e forme verbali che prendono piede e si diffondono. Non si tratta di gratuite invenzioni linguistiche: "nuovi modi di dire", spesso servono a descrivere "nuovi modi di essere".
In quasi tutti gli articoli di questa rubrica abbiamo cercato di sottolineare la corrispondenza tra uso del linguaggio ed aspetti della realtà che cambia. Ad ogni nuova visione del mondo corrisponde un livello linguistico atto a rappresentarla. E questo non riguarda solo le scienze, le tecnologie o i massmedia, ma anche le vite individuali, gli incontri tra amici, le chiacchiere da bar.
Insomma, il mondo non è solo come noi ce lo descriviamo reciprocamente, ma è cio che ci descriviamo reciprocamente, nel senso che ogni volta che nella nostra vita interviene un nuovo "status", ecco che compare un lessema adatto a rappresentarlo.
I maggiori responsabili di questa innovazione non sono solo i massmedia, come verrebbe da pensare, ma anche i giovani, che producono con costante tenacia neologismi i quali spesso dilagano oltre gli universi giovanili e vengono universalmente adottati.
Così, un bell'esercizio per gli osservatori del linguaggio, come il sottoscritto, è quello di esaminare le nuove parole che compaiono nel nostro campo semantico e verificare la loro corrispondenza con aspetti della nostra esistenza.
Oggi, per esempio, si "sclera".
E' solo da pochi anni che "si sclera": prima si "andava in paranoia", e prima ancora si "dava fuori". Proviamo a vederla così: non si tratta soltanto di diverse forme verbali che rappresentano un generico stato di intollerante disadattamento alle sollecitazioni esterne, ma a tre precisi modi di reagire a quelle sollecitazioni. Tre diversi atteggiamenti che si sono avvicendati negli ultimi anni, connotando tre diversi modi di porsi di fronte alla realtà. dei doveri, dei contrattempi e degli inconvenienti del quotidiano.
Negli anni sessanta si "dava fuori": tutto sommato, ancora una sana reattività, una schietta (anche se già nevrotica) esternazione del proprio stato d'animo, come a dire: non sono d'accordo, e lo grido, ovvero butto il mio malessere fuori di me, lo "do fuori",appunto.
Questo "dar fuori" ha avuto il culmine forse con la rivoluzione studentesca, emblema e sintomo di una non condivisione degli andamenti sociali, ai quali ci si opponeva con una conclamata esternazione.
La generazione più introspettiva e più entronautica degli anni più recenti, ha invece reagito alle difficoltà di adattamento "andando in paranoia", cioé proiettando tutto il conflitto all'interno della persona. Tipico del periodo è anche "essere schizzati". Paranoia e schizofrenia vengono prese a prestito dal mondo della psicologia per definire uno spostamento dell'asse intorno a cui ruotano i problemi, che non è più (o non solo) "là fuori", ma dentro di noi. Oggi, invece, le persone reagiscono "sclerando". Cosa significa? Forse è ancora presto per definirlo con esattezza, ma di certo sembra che sclerare sia una sintesi dei due stati precedentemente analizzati. Si sclera, ovvero si "da fuori", ma con la consapevolezza che qualcosa dentro di noi, non va.. Non so se si possa interpretare questo termine su base etimologica, e quindi dal greco skleros, che vuol dire duro, rigido, per cui ogni sclérosi è in qualche modo un indurimento e un irrigidimento.
Certamente se "scleriamo" questo è un indice di non fluidità, di irrigidimento ostinato di fronte alla crescente complessità. Recentemente ho sentito attribuire questa caratteristica anche ai computer, che quando vengono sovraccaricati o sollecitati erroneamente "si inchiodano", cioè dicono "no, questo è troppo". Ma quando questo accade al nostro PC, basta riavviare. Per noi, invece, sclerare è una reazione al sovraccarico che non sempre si risolve premendo su un tasto.
Occorre coniare al più presto un neologismo che esprima un'accettazione fluida e gioiosa della complessità, una reattività costruttiva e creativa alle rotture di scatole, tipo "sprizzare", "scintillare" o "fiorire".
Ragazzi, datevi da fare.